Chi mi conosce bene sa che dico sempre solo la metà di quello che vorrei dire e solo la metà della metà risulta comprensibile. Il che, lo ammetto, è una valutazione generosa delle mie capacità comunicative.

giovedì, gennaio 22

Tra un pò sarà San Valentino. E prepariamoci fin da ora perché gli amici, i genitori, i mass media, ci indurranno a ritenere che sia "indispensabile" avere un partner e così ci convinciamo che se non abbiamo un partner siamo "diversi" e che di sicuro ci manca qualcosa. Ma per l'occasione ci presenteranno un immagine di coppia talmente stereotipata che ci fa rosicare solo la sera del 14 Febbraio, poi rientriamo in noi.

Invece in questi giorni il fidanzato fotografo di Michael Stipe (il frontman dei REM), ha pubblicato sul suo sito alcune foto casalinghe di loro due. E queste son cose che fanno male. Veri e propri colpi bassi.
Ma guardateli. Dalle foto emerge non solo la felicità (che è l'aspetto più semplice che ci viene presentato a San Valentino) ma anche l'impegno. Si avvertono le decisioni che hanno preso nel corso degli anni (come mettiamo lo spazzolino e il dentifricio? Il Mentadent o Fluocaril? Fluocaril sia!). Decisioni prese avendo sempre come priorità il loro stare insieme. Non mi ricordo dove ho letto che la coppia felice si riconosce dall'impressioe di felicità che offre in pubblico. Di fronte agli altri i due Stipe/Dozol manifestano un'unica opinione: l'opinione della felicità.
Loro sono felici in due. Io credo che mai più potrò essere felice in quel modo. Ho smesso di cercare. E se smetto di cercare cosa resta? Mi resta quello che è sempre stato qui, al centro. Dietro alla ricerca c'era l'angoscia, il disagio. Adesso lo capisco, ricercavo qualcuno che volesse condividere la mia angoscia e il mio disagio. E adesso so che rimarrò sempre deluso.
Devo imparare a bastarmi per poter un giorno tornare ad essere felice, da solo. Infatti, si dice che per vivere una vita felice è necessario essere capici di godere di ciò che già si ha. Che sia anche la propria singlettudine o il proprio disagio.

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mercoledì, gennaio 7

Mettiamoci nei panni degli Antony & The Johnsons e cioè la peggiore situazione in cui un gruppo possa trovarsi. Aver fatto un primo disco notato solo da una ristrettissima nicchia, seguito nel 2005 da un secondo disco “I’m a bird now” su cui nessuno avrebbe puntato 50 centesimi e che invece è diventato un best seller. Il resto è storia: “Mercury Prize” come miglior album dell’anno, un tour durato di fatto 4 anni e sempre sold out, Antony richiesto come vocalist o autore praticamente da chiunque.
E adesso arriva il brutto. Che fare?
Chi conosce i precedenti dischi ( e soprattutto la sconfinata produzione di inediti e live) non rimarrà deluso dal loro terzo cd degli Antony & The Johnsons: “The Crying Light”, in uscita a fine gennaio. Ad un primo ascolto gli elementi che hanno reso celebre il suono della band ci sono tutti. Poi pian piano, dopo ripetuti ascolti, ti accorgi di significative differenze.
Nella track list del disco solo tre canzoni sono di fatto inedite (“The crying light”, “Epilepsy is dancing” e “Aeon”). Le altre erano presenti in precedenti EP o già eseguite dal vivo. Ad esempio ben tre tracce (“One Dove”, “Kiss my name” e “Daylight and the sun”) erano state cantata al concerto di Roma del 1 Novembre 2006.
Ma in queste nuove versioni ne guadagnano tutte. Gli arrangiamenti (a volte anche un po’ barocchi), sono a mio avviso, l’elemento distintivo e di novità di questo disco. Infondo alla voce d’angelo di quest’uomo non si poteva chiedere di più, se non di regalarcela in più occasioni possibili. E se nei precedenti lavori la sua voce era accompagnata da delicati interventi dei Johnsons, in questo disco l’aspetto musicale è più ricco, più sfaccettato, più epico.
Se a partire dal primo lavoro il piano aveva un peso portante per quasi tutti i pezzi, adesso è meno in primo piano, ma sottolinea e accompagna una miriade di strumenti arrangiati con un armonia e una delicatezza dal “genio” Nico Mulhy.
E rispetto ai precedenti lavori questo disco è decisamente più vario, ci sono molti (decisi) cambi di ritmo e di atmosfera. La voce di Antony passa da toni solenni e intimi a quelli più movimentati ed energici di “Aeon”.
Descrivere il disco a parole è impresa ardua. Questa raccolta di canzoni sono un piccolo manuale di come si scrive la perfetta canzone indie folk, semplificata e resa innocente dalla mente di un bambino e cantata con la sofferenza e il disincanto di un adulto che non riesce a crescere. L’ho già scritto altre volte sul mio blog che la musica di Antony mi piace proprio perché ci si trova di tutto.

Ma ecco il mio resoconto traccia per traccia.

“Her Eyes Are Underneath the Ground” ha il difficile compito di aprire questo disco tanto atteso. E allora sembra che Antony consapevole delle aspettative dei fans voglia accontentarli. Quindi ci regala un pezzo che potrebbe essere presente su “I’m a bird now” per stile e atmosfera.
Però vuole anche regalare due novità: intanto l’uso della voce stressata e portata a picchi e acuti che mai avevamo sentito (e che onestamente dal vivo nelle poche date concesse nella fine del 2008, non sempre è riuscito a gestire al meglio). E poi il finale strumentale: cupo, sospeso quasi da opera lirica.
“Epilepsy Is Dancing” lo definirei un pezzo agrodolce e pare sarà il secondo singolo estratto dall’album. Il pezzo parte con la melodia per me più pop mai sentita in un disco di Antony e forse servirà per avvicinare un pubblico più vasto. Nella parte finale del pezzo Antony ci regala tutta la sua maestria vocale in un crescendo di phatos.
La versione aggiornata e forse definitiva di “One Dove” è il capolavoro del disco. E’ una canzone soul toccante, carica di una melodia sublime con un testo nient’affatto banale, come il titolo poteva invece far temere. Quei due accordi di piano che si alternano al cantato nella prima strofa, quelle spazzole leggere che accarezzano i piatti, gli archi e quei fiati che fanno volare in alto nel ritornello questa colomba. Tutto è veramente perfetto. Tutto è trattenuto, anche la voce di Antony è gestita e non viene mai spinta oltre. E’ veramente la colonna sonora di un istante in cui il mondo si ferma e con il naso in su guardando il volo di questa colomba.
“Kiss my name” è presente nella sua meravigliosa versione orchestrale anticipata il Settembre scorso a Milano. Qui sono il ritmo e la batteria ad essere protagonisti. Si capisce perché nella track list questo pezzo segue “One Dove”, perché questo è il volo della colomba, è la libertà della fuga, la gioia del movimento. E infatti anche dal vivo durante l’interpretazione di questo pezzo Antony alza e libera le sue braccia come fossero delle ali.
In “The crying light” il cantato di Antony è, a mio avviso, più vicino alle sue prime produzioni. Un cantato sublime e alieno che ad ogni ascolto ti penetra sotto pelle come un veleno. Anche l’arrangiamento è più scarno, proprio come nel primo disco: il pianoforte più deciso, gli archi, una chitarra e lo scocchio delle dita.
“Another world” è il pezzo che ad Ottobre ha anticipato l’album e che io trovo geniale. Come ho già scritto altrove avevo paura che Antony, dopo la sovraesposizione mondiale e il successo commerciale dei duetti con Bjork e e dei suoi cameo per gli Hercules & Love Affair, sarebbe stato tentato di rendere la sua musica più accessibile per il pubblico vasto ed eterogeneo che è riuscito a conquistare. E invece si ripresenta con un pezzo tiratissimo, probabilmente il meno immediato dell’intero lotto. Il tutto gira ripetutamente e ostinatamente su pochissimi accordi e il cantato viene mantenuto sulla stessa tonalità senza cercare effetti speciali di facile presa. Ripetitivo, volutamente monotono, apocalittico (come il testo sottolinea), pura paranoia urbana. Insomma per i miei canoni estetici: la meraviglia delle meraviglie!
“Daylight and the Sun” al contrario è un walzer barocco sulle note del quale ti immagini ballare una coppia stile la bella della bestia. Con un piano nervoso che si incaponisce su alcune note prima di lanciarsi in un sali e scendi, con archi da capogiro e suoni più grezzi, quasi di legni sbattuti. Il tutto si andrà a spegnere per sottrazione in uno dei finali più dolci e sognanti dell’intero disco.
“Aeon” ti frega. Inizia con un piano malinconico, degli archi sospesi. Ma appena entra la voce di Antony si trasforma in un pezzo memorabile. E’ come se lo spirito di Elvis si fosse impadronito del corpo di Antony e volesse vedere che effetto fa cantare “un suo pezzo” con quella voce. Accompagnato da una chitarra elettrica Antony elabora e distorce il concetto di rhythm and blues e ci regala una sua personale interpretazione del genere, modernamente concettuale.
“Dust & Water” è un pezzo a capella, accompagnata in sottofondo da un lamento corale, prolungato, primitivo e cavernoso del nostro. Ed è quasi una ninna nanna, un mantra da ascoltare prima di addormentarsi per ricordarci che in questo mondo siamo di passaggio e non siamo altro che polvere e acqua.
“Everglade” è lo stato di grazia del disco e il modo migliore per farci stare sulle spine in attesa delle prossime date previste in Italia a Marzo e farci passare i prossimi mesi alla ricerca di b-sides e interpretazioni inedite live. Un pezzo maestoso che incanta al primo ascolto.

Voto: 4 stelline e ½ (su cinque)

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giovedì, dicembre 11

La mia personale classifica dei dischi amati in questo 2008.

1. Portishead, “Third”
2. Bon Iver, “For Emma, Forever Ago”
3. Fleet Foxes, “Fleet Foxes”
4. My Brightest Diamond, “A Thousand’s Shark..”
5. Sigur Ros, “Með suð í eyrum við spilum endalaust”
6. Antony & The Johnsons, “Another World” (EP)
7. CALLmeKAT, “I’m in a Polaroid. Where Are You?” (EP)
8. Joan As Police Woman, “To Survive”
9. Notwist, “The Devil, You+Me”
10. Hercules & Love Affair, “Hercules & Love Affair”
11. Adem, “Takes”
12. Wildbirds & Peacedrums, “Heartcore”
13. Goldfrapp, “Seventh Tree”
14. Adele, “19”
15. Baustelle, “Amen”
16. Colonna Sonora, “Once”
17. Headless Heroes, “The Silence of Love”
18. Elisane, “Hybrid”
19. Scott Matthew, “Scott Matthew”
20. Camille, “Music Hall”
21. Angus & Julia Stone, “A Book Like This”
22. MGMT, “Oracular Spectacular”23. Lykke Li, “Youth Novels”
24. SantaDog, “Kittyhawk”
25. Baby Dee, “Safe Inside The Day”
26. Russian Red, “I Love Your Glasses”
27. Gregory & The Howk, “Meonie & Kitchi”
28. Alt_Ctrl_Sleep, “Alt_Ctrl_Sleep”
29. Grace Jones, “Hurricane”
30. Polly Scattergood. “Nitrogen Pink”
31. Sia, “Some People Have Real Problems”
32. Anna Ternheim, “Halfways to Fivepoints”
33. Those Dancing Days, “In Our Space…”
34. M83, M83
35. Musetta, “Mice To Meet You”
36. Offlaga Disco Pax, “Bachelite”
37. Meg, “Psicodelice”
38. Moltheni, “Il Segreto Del Corallo”
39. Sian Alice Group, “59:59”
40. Martina Topley Bird,
41. El Perro del Mar, “From The Valley To The Star”
42. Il Genio, “Il Genio”
43. Death Cab For Cutie, “Narrow Stairs”
44. Munk, “Munk”
45. Yuppie Flu, “Fragile Forest”
46. CSS, “Donkey”
47. Milosh, “iii”
48. Laura Marling, “I Cannot Swim”
49. Martha WainWright, “I Know You’re Married….”
50. Santo Gold, “Santogold”
51. Scarlett Johansson, “Anywhere I lay…”
52. Tricky, “Knowle West Boy”
53. Crystal Castles, “Crystal Castles”
54. Kleerup, “Kleerup”
55. Clare & The Reasons, ”Clare & The Reasons”


DELUSIONI DELL’ANNO
Emiliana Torrini, “Me & Armini”
Brin Eno & David Byrne,

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lunedì, giugno 30


Oggi vi parlo di due dischi usciti qualche settimana fa “A thousand shark’s teeth” di My Brightest Diamond e di “To survive” di Joan as PoliceWoman.
Ad accomunare i due lavori non è solo la contemporanea data di pubblicazione ma ci sono altri interessanti punti di contatto:
- le due artiste si conoscono bene
- entrambe usano bizzarri nomi per i loro progetti solisti invece di identificarsi con i loro veri nomi: Sarah Wonder (MBD) e Joan Wasser (JAPW).
- frequentavano lo stesso giro artistico di New York (Rufus Wainwright, Antony, Sufjan Stevens)
- entrambe sono più riconosciute e amate in Europa più che nella loro America
- entrambe sono polistrumentiste (suonano violino, chitarra , tastiere, etc etc)
- entrambe compongono musica e testi dei loro dischi
- entrambe con il loro disco d’esordio erano entrate nella mia personale top 10 dei dischi del 2006.

Cominciamo con il dire che sono due ottimi lavori, forse addirittura migliori delle rispettive opere prime.
Per entrambi i dischi quello che colpisce a mio avviso sono gli arrangiamenti. Prendete il singolo “Inside a Boy” di My Brightest Diamond (scaricalo qui) dedicata al marito con cui è sposata da 8 anni: archi romanticissimi e quasi classicheggianti che si sposano con batterie decisamente rock che fanno amicizia con trombone, clarinetto, chitarre e basso. Praticamente un miracolo che candida già “Inside a Boy” a canzone dell’anno.
Oppure prendete “To Be Lonely” di Joan as PoliceWoman: gli arrangianti (piano, archi, violoncello e viola) sono delicati e raffinatissimi ma miracolosamente la canzone appare “leggera e semplice” come se fosse improvvisata al momento e cantata da sola nell’intimità della sua cameretta.
Entrambi i dischi sono difficili da inquadrare, da definire in un unico genere e richiedono diversi attenti ascolti prima di essere vissuti nella loro complessa ricchezza.
Diciamo che “To survive” ha di fondo una malinconia jazzy (il disco è composto dopo la morte della madre e del compagno Jeff Buckley), ma si arricchisce anche di incursioni nel R&B, citazioni quasi da Motown, la naturalezza del folk, l’aggressività del blues e il singolo “To be Lonely” e un pop agrodolce di inarrivabile bellezza. Per intenderci diciamo che siamo di fronte alla versione 2.0 di Rickie Lee Jones, di Carly Simon o di Joni Mitchell.
“A Thousand shark’s teeth” invece è il presuntuoso, ma riuscitissimo, tentativo di connubio tra la musica classica e l’operetta (“if i were queen”), tra una moderna bjork (senza l’ausilio dell’elettronica) e vissute sfumature notturne da losco cabaret, tra l’avanguardia strumentale e il pop di liriche piene d’amore.
Entrambe possono vantare turnisti d’eccezione. Per Joan ci sono David Sylvian ai cori di “Honor Wishes” e Rufus Wainwright in duetto nella conclusiva “To America”.
Per Sarah c’è l’ottima Marla Hansen che suona la viola, e gli strumentisti più fantasiosi che arricchiscono il disco con corno francese, marimba, vibrofono e chi più ne ha più ne metta.
Insomma credo che passati quasi 15/16 anni dagli esordi di Tori Amos, Bjork e P.J. Harvey queste due artiste si candidano a portare avanti ed evolvere in strade meno convenzionali il lavoro delle illustri colleghe senza cercare di imitarle o battere sentieri musicali già battuti e sicuri.
Del disco di My Brightest Diamond adoro l’uso della voce, quel “falso-falsetto” (definizione mia un po’ bislacca ma non saprei come altro definirlo) mai troppo calcato.

Joan as PoliceWoman suonerà a in piazza Santo Stefano a Bologna il 31 Luglio, (e pure a gratis!) per la serie di eventi dell’estate bolognese.

Voto:
“To survive” Joan as PoliceWoman: 4 stelline (su cinque)
“A Thousand shark’s teeth” My Brightest Diamond : 5 stelline (su cinque)

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mercoledì, febbraio 20

Tra qualche giorno inizia Sanremo. Ho letto i titoli e ho fatto qualche ragionamento.

EUGENIO BENNATO "Grande sud" - Secondo me è sponsorizzato dalla regione Campania in evidente calo di popolarità.
LOREDANA BERTE’ "Musica e parole" - Nei duetti si esibirà con Spagna. Era dei tempi in cui il mago Houdini è morto in scena, che non si vedavano dei cadaveri su un palco!
SERGIO CAMMARIERE "L’amore non si spiega" - Bhè per me farà la sua solita esibizione di maniera, ma molto meglio di molto altro!
TOTO CUTUGNO "Un falco chiuso in gabbia" - Visto che i piccioni di Povia hanno vinto, ha pensato di cavalcare l'onda animalista. Mettendoci un pò di melodramma in più (la gabbia) che a Sanremo funziona sempre. Ma arriverà secondo per l'ennesima volta!
GIO’ DI TONNO & LOLA PONCE "Colpo di fulmine" - Visto i nomi di questi due sono curioso di sapere chi dirige l'orchestra! Il maestro Spluzzi?
FINLEY "Ricordi" - No, non ricordo! Chi sono i Finley?
FRANKIE HI NRG "Rivoluzione" - cantare di Rivoluzione al Festival di sanRemo è un pò come parlare di diritto di sciopero e aumento di stipendi in Confindustria!
MAX GAZZE’ "Il solito sesso" - Già il fatto che ci sia la parola sesso in un titolo di una canzone a Sanremo è storia! Certo per renderlo meno minaccioso hanno dovuto alleggerirlo con l'aggettivo "solito". Però secondo me eminens avrà presto qualcosa da ridire....
GIANLUCA GRIGNANI "Cammina nel sole" - era dai tempi di in cui Sandie Show cantò scalza al Festival, che i piedi di un cantante non erano così neri! Però dicono che camminare nel sole faccia bene ai calli!
L’AURA "Basta!" - La signorina gioca di furbizia. Quando dal pubblico grideranno "basta! basta!" sembrerà che stiano chiedendo il bis!
LITTLE TONY "Non finisce qui" - Visto la sua età e le pochissime probabilità che ci siano altri sanremo nella sua carriera, spero che il testo della canzone parli dell'aldilà.
PAOLO MENEGUZZI "Grande" - In relatà lui stupirà tutti e in diretta canterà GLANDE e non "grande". Una struggente storia d'amore che a volte ti lascia l'amaro in bocca (soparttutto se lui ha mangiato asparagi)!
MIETTA "Baciami adesso" - minchia negli anni 70 già c'era l'uomo DENIM che non deve chiedere mai! a distanza di 30 anni ancora la donna che deve implorare un bacio! Gli stereotipi sono duri a morire. Ma mi sa che la canzone non piacerà molto alle femministe!
AMEDEO MINGHI "Cammina cammina" - Già mi annoia la ripetizione nel titolo. Non oso pensare la canzone!
FABRIZIO MORO "Eppure mi hai cambiato la vita" - Il ragazzo è onesto. Canta dello stipendio che la casa discografica gli passa da quando l'anno scorso ha vinto tra i giovani!
ANNA TATANGELO "Il mio amico" - lo sappiamo ormai tutti: il suo amico è gay. Amico della tatangelo? Comincio ad essere d'accordo con la Binetti. Ma siamo veramente convinti che alcuni gay non debbano essere curati?!?
TIROMANCINO "Il rubacuori" - Se qualcuno tra i vecchietti in platea all'Ariston dovesse fare un infarto durante la canzone, lo accuseranno di satanismo!
TRICARICO "Vita tranquilla" - Lui promette veramente molto bene. E l'outsider su cui mi sento di puntare! E poi in duetto con il mago Forest!
MARIO VENUTI "A ferro e fuoco" - lui è un mio amico, quindi sono di parte e tifo per lui.
MICHELE ZARRILLO "L’ultimo film insieme" - Il mio ultimo film che ho visto con Marco è stato "300". E adesso mi cade la lacrimuccia. Che poi è lo stato d'animo giusto per accettare di vedere il Festival in TV!

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lunedì, febbraio 4


Sabato ho subito comprato il nuovo dico dei Baustelle “Amen” (oltre a “Way Out” di Alessandra Celletti e “Bad Pianos” di Little Annie e Paul Wallfisch, di cui magari parlerò prossimamente!).
Sarà che il disco è uscito durante il week end di carnevale ma credo di non essere stato l’unico a giocare con la copertina, come nella foto qui sopra!


Ma veniamo al disco! Se (come me) avete amato i precedenti lavori dei Baustelle e un po’ meno il singolo “Charlie fa surf”… bhè, state tranquilli. Il disco è un classico disco dei Baustelle, arroccato con lucida ostinazione su riferimenti estetici, musicali e tematici che vengono da lontano, dalla nouvelle vague, dagli anni 70, da Morricone e ottimi film italiani, dalla letteratura alta “sporcata” (o forse umanizzata) da eventi pop. Per molti sarà l'occasione per ribadire alcuni (pre)giudizi, positivi e non, sulla loro musica.
Nel disco si citano registi come Eric Rohmer, scrittori come Pasolini, Saffo e Baudelaire ma anche Alfredino (il ragazzo che negli anni 80 è caduto nel pozzo), i politici nostrani. Tutti in compagnia di una serie di persone “normali”: prostitute, ragazzini annoiati e tossici, partigiani, gay, ragazze innamorate ma deluse.
Il tutto viene frullato insieme fino a raccontarci una commedia (o la realtà?) umana. Ci racconta l’invasione barbarica subita dalla nostra società che è di fatto spacciata, destinata al suo lento declino. Un disco scuro, pessimista, reale, lucido, una fotografia della nostra modernità. Una modernità che va oltre ogni avanguardismo, per aspirare a una più cristallina sintonia col reale.

La voce di Rachele in questo disco è veramente eccelsa. E’ dolente e disillusa come piace a me. E’ assolutamente perfetta nella canzone ”Aeroplano” in cui sale e scende incalzando le strofe. Sublime.
Come sempre in alcuni pezzi è proprio il connubio tra le due voci di Francesco Bianconi e di Rachele, che fa uscire le cose migliore. La voce di lui che sembra sempre più personale (anche nella sua imperfezione) che di solito canta il punto di vista del singolo. Poi arriva lei con la sua voce celestiale che interpreta la società, è la voce di “tutti”, risponde alle inquietudini di lui liquidandolo con una specie di “così è se vi pare”! E’ un disco teso tra momenti di rivolta nata dalla consapevolezza dei continui “ordini-sbagliati” che ci arrivano dalle istituzione, dalla tv, dalla chiesa, dalla stato, dalla società e poi ad una resa incondizionata al sistema che si riconosce essere ormai infallibile nella sua ostinata marcia verso il degrado.Se poni resistenza da una parte, si crea una falla dall’altra. Non ce speranza di vittoria in questo sistema programmato per schiacciarci e annientarci nella nostra unicità. E’ un disco che parla della forte solitudine a cui siamo destinati per questo stato di cose. Siamo soli a fare resistenza. Siamo soli anche quando si fa sesso. Siamo soli anche quando siamo in metropolitana. Siamo solo anche quando siamo dentro un pozzo con tutta l’italia che ci guarda in tv. Siamo soli anche se abbiamo condiviso ideali e lotte con altri. Siamo soli anche nel momento della morte. E infatti le uniche vie d’uscita che il disco suggerisce sono altrettanto apocalittiche: l’estinzione, il suicidio, al morte.

Musicalmente è un disco molto vario. A volte (grazie agli ottimi arrangiamenti orchestrali) ci puoi ritrovare Endrigo “Alfredino” o Battisti. “Baudelaire” mi ricorda un po’ i Blue Vertigo, “Antropophagus” mi ricorda molto il Battiato dei primi anni, “Panico!” mi sembra una specie di omaggio a “These bots were made for walking” di Nancy Sinatra o a Dalidà!

L’anno scorso la canzone che avevano scritto per Irene Grandi “Bruci la città” era stata esclusa dal Festival di Sanremo, per poi diventare la hit dell’anno. Bhè quest’anno fanno uscire questo disco qualche settimana prima del festival dove ci scommetto non ci sarà manco mezza canzone con arrangiamenti strumentali (archi e fiati) così ben confezionati e con testi così poetici ed evocativi pur nella loro immediatezza. Bella soddisfazione, no?

Insomma i ragazzi hanno fatto centro per l’ennesima volta. Ma con una piccola riserva. A giudicare dall’attenzione dei media intorno a questa uscita e dalla macchina promozionale messa in piedi dalla Warner, si rischia che il disco diventi decisamene mainstream, andando proprio in pasto a quel tipo di società (immaginatevi quelli che guardano “Uomini e Donne” della De Filippi), che i Baustelle criticano e denunciano. Bhè sarebbe un bel corto circuito, no? Appuntamento all’Estragon a Bologna l’8 Marzo!

Voto: 5 stelline (su cinque)

PS1: le ghost track "Spaghetti Western" e "L" citate nel booklet io non le ho trovate. E Voi?
PS2: il disegnino dei Baustelle è mio. Vi garba? (cliccateci sopra per ingrandir
lo!)

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martedì, gennaio 29

A marzo uscirà il primo disco di “Hercules and Love Affair”, band capitanata dal producer Andrew Butler. E’ decisamente una delle uscite più attese dell’anno dopo vari remix che il gruppo ha prodotto (uno su tutti “A&E” di Goldfrapp) e la certezza che ben 5 pezzi saranno cantati da Antony degli Antony & The Johnsons. Visto che l’uscita del terzo disco di Antony “The crying light” è stata spostata in autunno, per ora ascoltiamocelo in questa versione oserei dire cross-over.

Questa settimana è uscito il bellissimo video della canzone “Blind”, che ormai ho in loop da un mese nel mio i-pod! La ragazza che si vede nel video è Jaime Winstone, figlia dell’attore Ray Winstone. Io lo trovo fantastico! E voi?
Il video lo potete vedere qui:
http://www.youtube.com/watch?v=Fb8S51M2GAc

“Blind” - Hercules and Love Affair
As a child, I knew That the stars could only get brighter And we would get closer Get closer Oooooh As a child, I knew That the stars could only get brighter That we would get closer Get closer Leaving this darkness Behind Mmmm-mmmm Oooooooh Now that I'm older The stars should lie upon my face When I find myself alone Find myself alone Oooooh Now that I'm older The stars should lie upon my face And when I find myself alone I feel like I I am blind Feel it Feel it Feel it Feel it Like I am blind I am blind I wish the stars could shine now For they are closer They are near But they will not present my present They will not present my present I wish the light could shine now For it is closer It is near But it will not present my present It makes my past and future painfully clear To hear you now To see you now I can look outside myself And I must examine my breath and look inside Ooooooh To see you now To hear you now I can look outside myself And I must examine my breath and look inside Because I feel blind Because I feel blind I feel it I feel it I feel it Like I Like I'm blind Ooooooh The movie will Mmmm, and feel it Oooooh, I feel it Feel it

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mercoledì, gennaio 16



Goldfrapp torna a Febbraio con il suo quarto album “Seventh Tree”. Le atmosfere di queste album sono più rarefatte e più vicine al loro disco d’esordio “Felt Mountain”, rispetto ai due lavori successivi, più spostati verso il glam “Black Cherry” e “Supernature”.
Come sempre Alison Goldfrapp ha curato anche la grafica e il concept artistico dell’album. Le foto a mio avviso sono ispirate ai film sulle eroine di romanzi d’appendice, come la serie di “Angelica”, o alle protagonisti di certi fumetti per adulti degli anni 60 come “isabella, la duchessa dei diavoli” (che raggiunse tranquillamente le 70.000 copie per numero). La luce, i colori, le pose, i vestiti di questo servizo fotografico mi fanno troppo pensare a quei film. E tra l’altro anche i contenuti del disco di Goldfrapp vanno perfettamente in sintonia con quanto raccontavano quelle storie. Sia le avventure di Isabella "Duchessa dei Diavoli" che di “Angelica”, hanno per cornice la Francia seicentesca e sono drammatiche vicende ricche di balli, cacce, duelli, agguati, torture, amori proibiti e situazioni sadomasochistiche piuttosto esplicite. Insomma, atmosfera torbida e un poco perversa.



La mia canzone preferita dell’album è “Cerrone Cologne Hudini”, però per il lancio è stato scelto il singolo “A&M”. Qui potete scaricarvi il bellissimo video diretto da Dougal Wilson, e nella loro pagina myspace sentire il pezzo.



Per la versione Karaoke, ecco il testo:


It's a blue, bright blue Saturday, hey hey And the pain's starting to slip away, hey hey I'm in a backless dress on a pastel ward that's shining Think I wan't you still But there may be pills at work Do you really wanna know how I was dancing on the floor? I was trying to phone you as I'm crawling out the door I'm amazed at you, the things you say and that you don't do Why don't you ring? I was feeling lonely, feeling blue Feeling like I needed you Like I'm walking up surrounded by me A&E It's a blue, bright blue Saturday, hey hey And the pain's starting to slip away, hey hey I'm in a backless dress on a pastel ward that's shining They gotta watch you still But there may be pills at work How did I get to accident and emergency? All I wanted was you to take me out high And I was feeling lonely, feeling blue Feeling like I needed you Like I hoped you'd call and hoped you'd see me A&E



Voto: 4 stelline (su cinque)

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martedì, dicembre 11

Via il dente, via il dolore. Ecco la mia classifica dei dischi che ho ascoltato di più nel 2007. (PS: per me il disco dei radiohead esce il 31/12!)

1) Rufus Wainwright “Release the stars”
2) Michael Cashmore “The snow abides”
3) Jay Jay Jhoanson “The long term physical effect are not yet”
4) Zoe Johnston “Happenstance”
5) Amiina “Kurr”
6) P.J. Harvey “White Chalk”
7) Arcade Fire “Neon Bible”
8) Keren Ann “Keren Ann”
9) CocoRosie “The adventure of…”
10) Amor Fou “La stagione del cannibale”
11) Sigur Ros “Hvarf/heim”
12) Fiest “The reminder”
13) Bjork “Volta”
14) Giardini di Mirò “Dividing opionion”
15) Air “Pocket Symphony”
16) Joni Mitchell “Shine”
17) Lucky Soul “The great escape”
18) The Bird & the Bee “The bird & the bee”
19) Bat For Lashes “Fur and gold”
20) Tracey Thorn “Out of the woods”
21) Zeep “Nina Miranda and Chris…”
22) Tori Amos “American doll posse”
23) Psapp “Tiger my friend”
24) Jens Lekman “Night falls over kortedala”
25) Blonde Redhead “23”
26) LCD SoundSystem “Sound of silver”
27) At Swim Two Birds “Returning to the scene of the crime”
28) Bright Eyes “Cassadaga”
29) Little Annie “Songs from the coal …”
30) St. Vincent “Marry me”
31) Marissa Nadler "Songs III: bird on the water"
32) Roisin Murphy “Overpowered”
33) Au Revoir Simone”The bird of music”
34) The Magic Number “Those the brokes”
35) Diana Winter “Escapizm”

CANZONI

1) Dull flame of desire – Bjork & Antony
2) Liberty – Keren Ann
3) I’m going to a town – Rufus Wainwright
4) My moon, my man – Fiest
5) Due cuori, una dark room – Amor Fou
6) Strong & wrong – Joni Mitchell
7) Rugla – Amiina
8) The snow abides – Michael Cashmore & Antony
9) Overpowered – Roisin Murphy
10) The mountain – Pj Harvey

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lunedì, dicembre 3

Essendo entrati in Dicembre, è ormai ora delle solite classifiche di fine anno. Cominciamo con la canzone che, a mio avviso, ha trattato nel modo più poetico il tema dell’omosessualità. Vi riporto il testo e la mia personale interpretazione. A seguire troverete anche una piccola intervista che gli Amor Fou mi hanno concesso dopo la pubblicazione del loro album “la stagione del cannibale”, che come ho già scritto rimane il miglior disco in lingua italiana di questo 2007!



“Due cuori, una dark room” – Amor Fou

Non c'è nulla di drammatico

se due uomini si baciano
nella folgore di un sogno che
non sa finire più
non esiste altra realtà
più necessariadel grande buio che
ci fa sognare senza dormire
per ore

In questa prima strofa ci vengono presentati questi due uomini che al buio di una dark room si baciano. Pregevole l’uso dei vocaboli che creano forti contasti. L’uso della parola “folgore” è già di per se atipico parlando di omosessualità, essendo prevalentemente usata per descrivere una divisione operativa del corpo militare degli alpini. Ancora più stridente ne diventa il significato associato alla parola “sogno”. Quindi questi due protagonisti non accettano a pieno la loro omosessualità e la vivono come un sogno, come qualcosa di diverso dalla realtà. E il sogno, che di solito è qualcosa di piacevole, diventa anche duro, quasi una guerra: una folgore.


e se la vita è solo calore e colpi di testa
e non ci fa sentire più di una tremenda distanza
fra testa e cuore
fra dire e fare
questo è l'ultimo atto e poi sognami
come se fosse la prima volta
questo è l'ultimo atto e poi fermati

Quindi la loro vita si completa solo nell’atto omosessuale, all’interno della dark room. I “colpi di testa” li ho interpretati sia come una pazzia, una deroga alla “normalità”. Ma anche più didascalicamente come i movimenti di un rapporto orale.(anche se come con la parola “folgore”, anche in questo caso c’è l’utilizzo di un’espressione tipicamente maschile legata al mondo del calcio) Però è proprio durante l’atto che i due protagonisti diventano se stessi, completi e in sintonia con i lori pensieri e il loro corpo. Alla faccia di quanto predica che la Chiesa che dice che l’omosessualità non è peccato se non viene praticata.
Però non avendo ancora accettato di vivere la loro omosessualità, dopo il l’erotismo le loro strade all’eterno dell dark room si divideranno, torneranno ad essere degli estranei, solo un idea, un sogno.

INTERVISTA “AMOR FOU”


1) Come immaginate i vostri ascoltatori? Come vi piace immaginare che fruiscano della vostra musica?

E' difficile immaginare gli ascoltatori oggi, la musica è talmente accessibile che non ha neppure piu' senso tracciare un identikit. Sicuramente ci auguriamo che chi si avvicinerà ad Amor Fou abbia la pazienza e la voglia di scoprirne tutte le dimensioni, musicali e non, e non cerchi solo canzonette sentimentali da infilare nell'iPOD, anche se il sentimentalismo è qualcosa che ci portiamo appresso dalla nascita...Ci piace immaginare che si innamorino del nostro modo di rappresentare temi universali, come l'amore, la gelosia, il rimorso.





2) Chi realizza un concept album, ha la percezione di stare realizzando un concept album? O alla fine, mettendo insieme i pezzi si cerca di “vestirli in un certo modo”?
A volte si associa all'idea di concept album tutto l'ambaradan che ha reso amata e odiata la musica prog. Sicuramente questo disco è nato attorno a un'immagine 'forte' e a un preciso momento storico ma a ben guardare tutti i dischi su cui ci siamo soffermati di più sono concept. Penso ai Blur che, giovanissimi, già usavano le pop song per riflettere sulla società inglese (e ancora Albarn lo fa alla grande su The Good The Bad and The Queen), prima ancora penso ai Beatles, al Battisti di Anima Latina o Il nostro caro angelo. Sono tutti lavori percorsi da un'idea, da una trama, che raccontano una storia ingarbugliandone tante.





3) Per Alessandro Raina: È vero che l’italiano è una lingua più difficile da piegare alla struttura di una canzone rispetto all’inglese?
No, anzi, direi il contrario. L'italiano, se lo usi bene, è una lingua che per tradizione letteraria si presta all'accompagnamento musicale...tutta la lirica che studiamo a scuola ce lo insegna. Ma se in inglese puoi permetterti di scrivere tutto o quasi, abusano di metafore e licenze poetiche, in italiano hai la grande responsabilità di abbinare sintassi e poesia, contenuti e musicalità. Per questo scrivere nella propria lingua è sempre molto più coinvolgente, a patto che lo si faccia al momento opportuno.





4) Le canzoni del vostro disco raccontano circa 40 anni della vita italiana. La canzone “due cuori, una dark room” in che anni la collochereste e perché?
Come tutte le altre canzoni è ispirata a un momento particolarissimo della vita del protagonista maschile, Paolo M. e per questo si colloca all'inizio degli anni '80, quando costui rivive in un principio di amore omosessuale le dinamiche della morbosità che un tempo distrussero il suo legame con l'amata, Adele. Per scrivere la canzone mi sono ispirato moltissimo al linguaggio crudo ma poeticissimo di Fassbinder, in film come 'Un anno con tredici lune' o 'Querelle de Brest'.

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mercoledì, novembre 14


Sabato ho comprato il disco “La Stagione del cannibale” degli Amor fou. Avevo già letto qualche critica positiva in giro, ma sabato quello che mi ha colpito è stata la copertina.
Intanto mi ha subito intrigato il forte contrasto tra la parola “cannibale” nel titolo e l’espressione di beatitudine della ragazza nella foto, che ha un sorriso enigmatico come quello della gioconda. Una volta che l’attenzione è stata attirata non puoi fare a meno di prendere in mano il disco e osservarlo con più curiosità. E allora i capelli scompigliati della ragazza ci dicono chiaramente che in quel letto ci ha passato un bel po’ di tempo. A dormire o a fare altro? Bhè, il trucco perfetto (anche se un po’ retrò) ci dicono che probabilmente la seconda versione è più verosimile. Si avverte la passione, la tenerezza, l’amore. Lei guarda dritta in macchina, con un espressione piena di complicità. Quindi si avverte la presenza di un secondo soggetto. Sarà lui il “cannibale”? Forse un amante non tanto sincero o forse proprio sbagliato.
Certo che nessuna ragazza di oggi si metterebbe una camicia da notte così leziosa, forse la foto ci racconta una storia passata.
E poi il nome del gruppo, soprattutto come è scritto. Sembra una parola francese, ma c’è scritto “Amor” mica “Amour”. E poi la distanza tra la parola “Amor” e la parola “fou” è falsata, tanto che a prima vista sembra un'unica parola, accentuata dal fatto che la seconda comincia con una minuscola. Se lo si legge alla francese potrebbe essere quasi un “amore pazzo”, se invece lo si legge all’italiana potrebbe essere un “amore passato”. Insomma un pazzo amore passato. Quindi prima di parlare del disco un plauso speciale alla copertina.

La band è formata da Alessandro Raina (ex voce dei Giardini di Mirò), Cesare Malfatti (La Crus), Leziero Rescigno (Soul Mio) e Luca Saporiti (Lagash).
Il disco lo si potrebbe definire un concept album (anche se Tori Amos mi ha fatto detestare questo termine…) in quanto è stato scritto dopo che il gruppo ha conosciuto una coppia di ex amanti. La storia d’amore tra queste due personaggi è nata negli anni 60 (in cui innamorati dell’amore non si facevano travolgere dagli eventi: “la facoltà di non capire è una bolla di scuse dove nuotare con te”). La love story si è conclusa il giorno della strage di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Questa è una data simbolica perché inaugura la strategia della tensione sociale e ha determinato i dieci anni più bui della vita politica italiana. (e infatti nel corto circuito tra il personale e il pubblico gli anni che verranno - sia per l’Italia che per i due protagonisti - possono essere riassunti nel verso “mi rende consapevole che per farsi male richiede tempo”) Ma solo negli anni ’90 i due si incontrano nuovamente e riescono a ripensare con più obiettività alla loro storia personale e di come questa sia stata influenzata da tutti i forti cambiamenti sociali e politici degli ultimi 40 anni italiani.
“La storia siamo noi”, ha ragione Giovanni Minoli. E i testi di questo disco ci ricordano che la memoria collettiva di questo paese si deve necessariamente specchiare nelle storie personali di tutti.

Se per descriverlo dovessi fare dei paragoni potrei dire che suona come se “i (primi)Tiromacino avessero studiato musica con un maestro di nome Battisti, e avessero deciso di lavorare su delle melodie abbozzate e mai finite di Tenco, avessero chiesto qualche consiglio a Paolo Benvegnù ma avessero cercato anche fare un disco moderno tenendo presente come modelli i Baustelle e i Blonde Redhead”. Mi spiego?

Personalmente ho trovato in questo disco alcuni tra i testi più belli degli ultimi anni e ottimi arrangiamenti delle tastiere.
Ad esempio uno dei testi più poetici, ma allo stesso tempo diretti e pop, è quello della canzone “due cuori, una dark room”.
“Non c’è nulla di drammatico se due uomini si baciano nella folgore di un sogno che non sa finire più. Non esiste altra realtà più necessaria del grande buio che ci fa sognare senza dormire per ore. Se la vita è solo calore e colpi di testa e non ci fa sentire più di una tremenda distanza fra testa e cuore – tra dire e fare”. E poi la bellissima descrizione della prostituta (almeno per la mia interpretazione) in “ore 10: parla un misogino”. Anche qui è forte il contrasto tra il titolo e la benevolenza e la rispettosa obiettività del testo.

Come al solito ho preparato qualche domanda al gruppo. Se mi risponderanno l’intervista verrà pubblicata presto.
Voto: 4 stelline (su cinque)

Per ascoltare qualche pezzo:
www.myspace.com/amorfou
Da qualche giorno è attivo anche il BLOG di Amor Fou, dovesaranno svelati dettagli e retroscena della storia che ha ispirato questo disco

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martedì, novembre 13

Come vi dicevo ieri, in questo periodo sono abbastanza preso con il lavoro. Devo organizzare le inaugurazioni per 4 negozi e sono alle prese con catering, hostess, volantini, inviti, piani media. Insomma, 2 palle!
Ma la vita ti sa premiare a volte! Ieri mi è ricapitata tra le mani una sensualissima canzone incisa ben 12 anni fa. Io l'ho ri-battezzata "la gatta sul pacco che scotta". La gattina è Tori Amos e il pacco è quello del Re Robert Plant, che neanche una ventina di bocche fameliche sarebbero in grado di raffreddare. Il testo parla proprio della stupidità delle persone che , correndo dietro continuamente agli impegni e alle responsabilità, tralasciano l'istinto e la loro vera natura. Che bella lezione ... proprio in questa settimana in cui non faccio altro che correre a presso a fornitori!!!!

Quindi come un mantra ho questa canzone in loop da ieri. Fatelo anche voi, ascoltatela qui!


Down by the seaside
See the boats go sailin'
Can the people hear, oh
What the little fish are sayin'
Oh, oh, the people turned away
Oh, the people turned away
Down in the city streets
See all the folk go racin', racin'
No time left, no-no
To pass the time of day
Hey, hey, yeah, the people turned away
The people turned away
So far away, so far away
See how they run, see how they run,
See how they run, see how they run
Run-run, run-run, run-run
Do you still do the twist
Do you find you remember things that well
I wanna tell you
Some folk twistin' every day
Though sometimes it's awful hard to tell
Ah-ha, ah-ha, ah-ha, oh
Out in the country
Hear the people singin'
Singin' 'bout their progress
Knowin' where they're goin'
Yeah, yeah
Oh, oh, oh, oh, the people turned away
Yes, the people turned away
Sing loud for the sunshine
Pray hard for the rain
And show your love for Lady Nature
And she will come back again
Yes she will, yes she will
Oh, oh, oh, the people turned away
The people turned away
Don't they know that they're goin'

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lunedì, novembre 12



Lo so, avete ragione! Stò aggiornando poco il mio blog.

Uno dei motivi è perchè ho fatto una piccola vacanzina in Valtellina, dove ho mangiato pizzocheri a volontà, mi sono riposato, ho fatto le terme e ho giocato con il mio fidanzato (guardate la foto, e cercate di capire cosa voglia dire stare con uno come me!).

Un pò è a causa del lavoro. (a proposito per lavoro sarò: il 17/11 a Cesena, il 23/11 a Firenze, il 30/11 a Foligno, l'8/12 a Grosseto. Se qualc1 mi legge da queste città e volesse invitarmi per un caffè.... ben venga!)

Piccolo rissunto:

Film visti che mi sono piaciuti: "La giusta distanza"di Mazzacurati, "Giorni e Nuvole" di Soldini. Ultimi dischi comprati: il nuovo dei Sigur Ros, Amor Fou "La stagione del cannibale" (di cui sicuramente farò recensione a breve!), Arthur & Yo "In Camera", Vashti Bunyan "Some things just sick in your mind".

Venerdì vorrei andare a Carpi a vedere il concerto di Jay Jay Johanson. Il suo cd "The long term physical effects are not yet known" per me è tra i dieci dischi dell'anno. Chi viene?

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venerdì, ottobre 5


"Per ascoltare i miei dischi c'è bisogno di emozioni e profondità. Sono due caratteristiche che non appartengono ai maschi bianchi ed eterosessuali" Sono parole di Joni Mitchell, 64 anni a novembre, che è ritornata con un nuovo disco, “Shine”, dopo quasi dieci anni.
Spero che tutti voi abbiate avuto la possibilità nella vostra vita di entrare in contatto con la musica di quella che da molti viene definita la musicista più importante del 20 secolo. Certo è che se non ci fosse stata lei (e soprattutto il suo capolavoro “Blue”) tutte le cantautrici che io amo tanto non ci sarebbe state. Infatti cominciai a interessarmi della sua musica dopo che Tori Amos cantò delle cover di alcune sue canzoni (“A case of you”, “River” e “Both sides now”) e subito mi affascinò l’arte di questa donna che ha portato la sua vita in musica! E che vita! Piena di (adorabili) contraddizioni! Ha avuto la poliomielite da piccola però a 7 anni comincia a fumare e non metterà mai diventando una delle fumatrici più accanite della terra. Ha una figlia da giovane che da in adozione e che ha “ritrovato” qualche anno fa. E’ stata la donna di alcuni tra i più grandi musicisti (ad esempio James Taylor, Jackson Browne, Neil Young, Jaco Pastorius).

Aveva detto addio alla musica, continuando a fare la pittrice e uscendo aveva sbattuto la porta! Aveva accusato le major discografiche di essere delle latrine, che producono musica senza sostanza e interessate solo a culi e tette. Ed è per questo che alcuni ora la accusano di essere poco coerente. Forse hanno ragione ma a me questo disco è piaciuto da matti. Il suo stile qui è una continua citazione di se stessa. Se non la si ama nel profondo questo aspetto può penalizzare questa sua uscita. Ma se, al contrario, in passato la si è amata in ogni sua metamorfosi musicale (e ne ha avute tante) stavolta si rimane piacevolmente sorpresi per il perfetto equilibrio in cui tutte le Joni del passato riescono a convivere (finalmente) felicemente. Un disco perfettamente in equilibro tra melodie più pop, arrangiamenti folk, divagazioni jazz senza mai una caduta o una sbavatura. Canzoni delicate e dolcissime con testi profondi e ispirati. Cito da una recensione a me molto cara: “il suo mondo è questo, intimo, a volte sferzante nelle parole, crudo nei confronti del sesso maschile. Le canzoni ci permettono di viaggiare ma anche di riflettere, di aprire la mente verso la poesia e l’introspezione, di scoprire come in tempi di globalizzazione e di velocità c’è musica che scorre lentamente,
adagio fino al cuore. Senza dimenticare temi a lei sempre cari come la politica e il femminismo. Un disco intenso, da ascoltare guardando il mare e possibilmente sorseggiando un caffè. Scintillante come ogni gemma rara.” Chi ha scritto questa recensione è una persona che, prima di conoscere fisicamente, una sera al telefono parlò con me delle musica di Joni Mitchell e di quale fosse la rispettiva canzone preferita. E poi da cosa nasce cosa. Grazie, Joni!

Voto: 4 stelline (su cinque)

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martedì, luglio 31

La canzone di IRENE GRANDI "Bruci la città", come ormai certificato da molti, è la canzone dell'estate. E' stata scritta da Francesco Bianconi dei Baustelle, uno dei miei gruppi italiani preferiti. Sarei troppo curioso di sentirla cantata da Rachele, la vocalist del gruppo.

La canzone era stata esclusa dalle selezioni dell'ultimo Sanremo, dove si piazzarono tra i primi tre Albano e Piero Mazzocchetti. Ma vi rendete conto?

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lunedì, maggio 21


Il mio fidanzato mi ha regalato “Release the stars” il nuovo disco di Rufus Wainwright.
E’ un disco veramente fantastico, sempre che vi piaccia la musica barocca e iper prodotta di Rufus con squilli di trombe, cori che entrano ed escono, flauti svolazzanti e archi per gentile concessione della London Session Orchestra.

L’album si apre con la maestosa e bellissima “Do I Disappoint You”. Il cantante si chiede “Ti deludo, se soltanto sono umano? Perchè deve essere sempre fuoco? Perchè deve sempre essere zolfo? Desiderio? Raffredda questo corpo. Ti deludo se soltanto sono come te?”
Rufus fa una fredda analisi dei rapporti ai quali chiediamo sempre sensazioni sensazionali, emozioni uniche. Nessuno ci insegna che la quotidianità (per antonomasia più tranquilla e meno coinvolgente) non deve per forza rappresentare uno scendere di livello. Anche senza i capogiri delle prime illusioni, l’amore può essere amore. Ed è proprio nell’accettare di essere umani (con tutti i propri limiti e difetti) che può permetterci di abbandonarci l’uno all’altro, e non alla fantasia che avevamo dell’altro. Per far questo occorre pazienza, coraggio e fiducia e un vero lavoro su se stessi, che ci riporti a una nuova “Consapevolezza maturata” oltre ad una grande capacità di accettazione reciproca. Insomma con questo inizio Rufus la dice lunga sulla maturità di questo disco.

Il secondo brano è “Going to a town”, che è anche il primo singolo. Che dire? Per me è uno dei pezzi migliori di tutta la sua discografia. La sua bravura nel creare melodie qui raggiunge il suo apice. Rufus scrive la canzone criticando aspramente l’America dalla quale si è allontanato (il fidanzato di Rufus è tedesco e il disco è stato registrato a Berlino): “Sto andando in una città che è già stata bruciata Sto andando in un posto che è già stato in disgrazia (chiaro riferimento all’impero di Hitler)Sono così stanco dell'America” E ancora rivolgendosi alla sua patria le chiede: “Dimmi, pensi davvero che si possa andare all'inferno per aver amato? Dimmi, non ne hai abbastanza di pensare che tutto ciò che fai sia buono?” E poi ancora fa un riferimento sull’importanza della coppia e sulla forza e potenza che un rapporto può darti:
“Percorrendo la mia strada verso casa, non sarò da solo Ho una vita da vivere, America Ho un'anima da nutrire Ho un sogno da seguire Ed è tutto ciò che mi serve”.

Altra canzone bellissima è “Nobody’s Off The Hook” e cioè “Nessuno è fuori pericolo” Io ho l’interpretata come la difficile accettazione che ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa da dire su di noi: qualsiasi cosa facciamo ci sarà sempre qualcuno pronto a sparlare di noi. Dobbiamo togliere potere al pettegolezzo (detto anche gossip,per renderlo meno volgare e più accattivante come attività), riconoscendolo come espressione della pochezza interiore di chi se ne serve e chi lo fa. E allora inutile cercare di “vivere una vita con stile” perché tanto “la vita prenderà quel cuoricino e ti metterà in ginocchio minacciando di spezzarlo per il finale. E tu ci crederai”


“Between my legs” parla della difficoltà di comunicazione all’interno della coppia, della difficoltà di verbalizzare i propri sentimenti: “Quando eri qui, mi mancavi . ora che sei via, sono là fuori con te”. Ma alla base di questa difficoltà c’è sempre dell’attrazione: “Ma quando so che sei nudo, sdraiato sul letto mentre io sono al piano, Tutto ciò che posso dire è che non posso fingere”. Insomma a me ricorda un po’ i versi di Minuetto di Mia Martini. E infatti il titolo “tra le gambe” ben rappresenta la spinta carnale che ci spinge uno vicino all’altro superando incomprensioni e orgogliosi arroccamenti sulla proprie posizioni.


L’album si chiude con l’intensa “Release the stars”. Rufus parla di tutti quegli attori e attrici che hanno dovuto nascondere la propria omosessualità e chiede di liberare queste stelle. Rufus chiede verità sia per rispetto alle vite di questi artisti ma ammette anche: “Oh, non vedi tutto il bene che la celebrità può fare per quelli nel buio” e cioè che ancora la comunità gay ha bisogno di modelli e riferimenti su cui costruire la propria identità. Ancora canta: “Quindi perchè non spalancare i cancelli e farle uscire tutte? Ricorda che senza di loro non ci sarebbe nessuna Paramount”. Infatti nell’industria cinematografica sono stati innumerevoli i gay sia tra gli attori che tra i tecnici.


Voto: 4 ½ stelline (su cinque).

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lunedì, maggio 14


Mi è difficile recensire il nuovo disco di Bjork, “Volta”. Posso dire che lo trovo un disco disomogeneo, e non so ancora decidermi se sia una cosa positiva o negativa. Le ultime produzioni di Bjork erano molto “globali” e “compatte”. “Medulla” sembrava quasi un opera a parte rispetto a quanto prodotto in precedenza. “Vespertine” suonava lontano anni luce dai remix di “Telegram” o dal mood di “Post”. Insomma nel mio immaginario Bjork era una che ad ogni album legava un progetto completo, globale. “Volta” mi sfugge da questa mia preconcetta immagine di Bjork. Ho l’impressione che stavolta si sia concentrata più sulle singole canzoni piuttosto che sul progetto globale. Più che il nuovo disco di Bjork, a volte mi sembra di avere una compilation fatta da un fan, una specie di “greatest hits” casalingo. Dove dentro ci mette un po’ tutto: il post rock dei Sugarcubes, le atmosfere più rasserenanti di “Vespertine”, i ritmi di “Post” Sicuramente mi ha sorpreso. Vedo “Volta” come una raccolta di belle canzoni che non rispondono a un progetto "homogenico". Mi spiego? Però ho trovato una Bjork più disposta a mettersi in gioco, meno autocelebrativa e perennemente votata alla “novità” e all’”avanguardia”, meno star e più diretta, meno di nicchia e più accessibile. Certo dopo “Medulla” qualsiasi produzione avrebbe suonato come “meno originale” e come un ritorno al passato, a meno che non facesse un disco silenzioso. Insomma Bjork senza boria. Meno vittima del suo stesso personaggio, e pronta a dare in pasto un progetto meno rivoluzionario. E infatti restaranno un po’ delusi quelli che si aspettano grandi novità dalla collaborazione con Timbaland. “Earth Intruders” o “Innocence” non aggiungono granchè al mondo di Bjork, che resta fedele anche con qualche basso e bit sintetico in più. Secondo me più che sulla ricerca dei suoni e delle melodie, Bjork si è concentrata sul cantato, sull’energie, sul ritmo. E infatti secondo me questo disco darà il suo meglio nella dimensione live, e sono contento di aver già preso i biglietti per il concerto del prossimo 21 luglio a Udine.
“Vespertine” e “Medulla” erano album casalinghi, fatti nell’intimità della propria casa e che si sprigionavano dal suo mondo interiore. “Volta” nasce dal viaggio in giro per il mondo che Bjork e la sua famiglia ha fatto in giro per il mondo con la loro barca, specialmente in Indonesia. Più che tirarla fuori da se, stavolta Bjork la musica l’ha fatta entrare in se stessa. Non ha cercato qualcosa di nuovo, ma si è fatta ammaliare da quello che sentiva e vedeva.
Anche in questo disco ci sono secondo me dei picchi di bellezza inaudita. Uno su tutti il duetto con il mio amato Antony: Dull flame of desire. La melodia, come mi faceva notare il mio ragazzo, ricorda un po’ le maestose ed epiche composizioni per ottoni e percussioni di Aaron Copland. Sembra quasi una melodia trattenuta, quasi come se non partisse mai. Le voci e gli echi si rincorrono ma non si sovrastano mai a vicenda. Il Dio della musica sa come mettere in scena due talenti senza che si facciano a pezzi. Anzi fa in modo che scatti quella particolare alchimia che solo i grandi (o alcuni di essi) sanno creare. Antony, secondo me, è veramente la voce più bella che abbia mai ascoltato, e i suoi lamenti ti arrivano dritto all’anima, se ce l’hai. E poi un testo semplice semplice e disarmante per la sua bellezza:


DULL FLAME OF DESIRE I love your eyes, my dear Their splendid, sparkling fire When suddenly you raise them so To cast a swift embracing glance Like lightning flashing in the sky But there’s a charm that is greater still: When my love’s eyes are lowered When all is fired by passion’s kiss And through the downcast lashes I see the dull flame of desire

Mi riservo di dare un giudizio più corposo dopo vari ascolti e magari dopo il live. Per adesso il voto è 3stelline1/2 (su cinque)

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giovedì, aprile 5


Ascoltare il nuovo disco di TORI AMOS è una strana esperienza.
Cito dalla cartella stampa: ““American Doll Posse” ci presenta Tori Amos come non l’abbiamo mai vista prima, ad interpretare cinque personaggi distinti, riuniti per plasmare una donna completa. Insieme alla figura di Amos il quartetto riesce ad offrire un ritratto avvincente del ruolo delle donne di oggi, espresso attraverso uno degli album più versatili e lungimiranti che Amos abbia mai realizzato dal punto di vista dei contenuti tematici e musicali.”
Devo dire che dopo qualche ascolto , in realtà, l’esperimento non riesce a convincere del tutto. E’ la stessa sensazione che ci provoca AnnaMaria Franzoni, si la mamma di Cogne. Dopo che la senti parlare ti chiedi sempre: “ma ci è o ci fa?”. Anche per lei sono state usate spesso parole simili a quelle usate per descrivere il disco della Amos: “L'immagine di un soggetto capace di sdoppiarsi in due personalità diametralmente diverse e quindi di compiere atti che ripugnerebbero ad una delle due.”
Ovviamente a rendere più enigmatica e meno riconoscibile questa nuova Tori Amos (oltre ai vari travestimenti del booklet, che si candida a pieno titolo come peggior copertina della storia della musica!), contribuiscono certe sonorità che difficilmente ipotizzavamo essere nelle sue corde. Alla fine dell’ascolto, per chi conosce il lavoro precedente di Tori Amos, l’impressione è di essere di fronte a un puro esercizio di stile di una delle più grandi, intelligenti, brillanti e amate cantautrici degli ultimi 20 anni. Ma si fa fatica a riconoscere come autentici per una signora di quel genere, certi nuovi impulsi musicali ed espressivi che magari sarebbero visti come più naturali verso i 20 anni.
Certo, alcune melodie e alcuni pezzi ci ricordano che stiamo ascoltando un disco d’autore, ma mi ha davvero infastidito il modo didascalico e “prevedibile” (scusate il termine un po’ vago!) che la Amos ha usato per imbeccare il pubblico, su questi cinque personaggi. Un pubblico che lei stessa ha creato e a cui ha dato tanto… fino forse ad essere ora un po’ a corto. Peccato! Insomma da una come Tori Amos ci si aspettava qualcosa di più che delle classiche soluzioni descrittive: è ovvio che sei vuoi fare quella sexy fai la voce più mielosa e se vuoi fare quella incazzata con il mondo fai la rockettara.
Ma come la storia di Cogne, prevedo un processo lunghissimo per decidere le sorti di questo disco. Sicuramente farà discutere molto i suoi fans.
Perché l’idea di base è buona. Tori Amos ci vuole dire che la vita delle persone è una messa in scena attorcigliata e che il mondo non esiste che come infinita rappresentazione. Lei adesso, superati i 40 anni, ci propone 5 diverse e possibili "soluzioni". Viviamo una volta sola, non possiamo tornare indietro e così passiamo il nostro tempo a chiederci cosa sarebbe accaduto se avessimo scelto diversamente. Consentendo ai suoi personaggi di "ritornare" indietro a piacere, di percorrere varie strade possibili, la Amos ci invita a riflettere sui giochi del caso e sui condizionamenti dl carattere nell'agire dell'uomo. Ci suggerisce che, solo che si abbia la volontà o il coraggio di spostarsi di casella, si può essere padroni del proprio futuro: è un gioco di incastri, di alternative, di potenzialità, in definitiva un gioco di spirito e di intelligenza.

Ma veniamo alla recensione pezzo per pezzo.
YO GEORGE – Un pezzo breve, solo piano e voce che ci riporta un po’ la classica Tori Amos. Molto carino, giusto come intro. E’ una critica alla politica di Gorge Bush.
BIG WHEEL – è già ascoltabile sulla sua pagina myspace e sarà il singolo americano. Secondo la divisione dei pezzi per i cinque personaggi questa dovrebbe essere una canzone di TORI. Ma il sound è una specie di country alla Shania Twain. Pezzo mediocre, ma che appunto per questo potrebbe piacere agli americani. Per lo stesso motivo per cui hanno votato Bush alle elezioni, e di cui si lamentava nella canzone precedente.
BOUNCING OFF CLOUDS – Questo sarà il singolo per il mercato italiano. A me non dispiace. Certo è decisamente pop.
TEENAGE HUSTLING – Ecco il primo salto si stile del disco. Questo è un tentato rock n’roll con batteria e chitarre elettriche. Sembra un po’ Kate Bush per i sali e scendi della voce. Il pezzo non mi dispiace in se, solo che lo vedo forzato per Tori Amos, mi manca di autenticità.
DIGITAL GHOST – Questa canzone ricorda un po’ Lennon di “Double Fantasy” Un pop barocco, traboccante di cori, sovrarrangiamenti e la sua voce, sovra dosata di echo.
YOU CAN BRING YOUR DOG - questa canzone è “interpretata” da Santa, la sexy della posse. Cito dalla cartella stampa: “Santa non accetta che la sua marcata sensualità venga giudicata come perversione. Per nessuna ragione al mondo potrà provare vergogna”. Più o meno il discorso che faceva Cristina Aguilera per il lancio di “Dirty”. La canzone è un miscuglio di stili: rock/blues/funky… non saprei definirla. Parte in modo, ho il ritornello in un altro e chiude più incazzata. Tante chitarre e batteria. Insomma non si è fatta mancare nulla.
MR. BAD MAN. E’ la più brutta del disco: diciamolo. Secondo me anche più brutta di Ireland dell’ultimo disco, che tanto aveva schifato i fans. Come descriverla? Vi dico che l’inizio del pezzo mi fa pensare alla sigla di CASA VIANELLO.
FAT SLUT: pezzo brevissimo. Che però mi convince molto. Sound più oscuro fatto solo con una chitarra distorta e voce più tagliente (molto effettata). E allora ti chiedi perché farlo durare così poco?
GIRL DISSAPEARING – piano e archi. Un classico pezzo alla Tori Amos. Bella melodia, bell’arrangiamento, ben interpretata dal personaggio Clyde che il comunicato stampa presenta così: porta i segni di tutte le sue ferite emotive, ma riesce a rimanere idealista.Sta esaminando le conseguenze del non essere una persona completa. Cerca di distinguere ciò in cui crede e di far fronte al senso di frustrazione che ha dominato la sua vita Insomma lei sarà il mio personaggio preferito.
SECRET SPELL: come bruttezza si aggiudica il secondo posto. Lo trovo imbarazzante. Stop.
DEVILS AND GODS: inizia con un arpa che tanto ricorda Bjork. Poi lascia posto a chitarra e voce in primo piano per un pezzo molto carino che ha l’unico pecca di durare solo 54 secondi. Ma perché?????
BODY AND SOUL: ricorda molto il mood di un suo vecchio pezzo “Not David Bowie”. Però non mi dispiace affatto. Batteria e piano qui “dialogano” meglio grazie ad un arrangiamento che lascia i giusti spazi ad entrambi.
FATHER’S SON: Bel pezzo. Le tastiere di Tori protagonista, aiutate da percussioni discrete e “ovattate” in secondo piano. Bello.
PROGRAMMABLE SODA: Una silly song di un minuto. Divertente e per me fa un po’ “fanfara”, un po’ retrò.
CODE RED: per me il pezzo più bello del disco. Tori qui si fa più cupa nei suoni e quando canta le parole “Code Red” sembra un lamento. Batteria, chitarre e piano. Ma ben equilibrati.
ROOSTERSPUR BRIDGE: a me ricorda il mood del disco “Scarlet Walk”. Piano, chitarre acustiche e un mood più tranquillo, più intimo. Pezzo carino, che però per me avrebbe reso di più solo piano e senza la batteria che trovo un po’ troppo presente nel ritornello.
BEAUTY OF SPEED: pezzo carino, non mi dispiace per niente. Sarà che qui il piano si sente di più anche se un po’ soffocato da batteria e chitarre. Il pezzo è più energico e deciso (come dovrebbe essere al personalità di PIP, il suo personaggio), però senza voler strafare e rimanendo un pezzo classico di Tori. Il finale del pezzo lo trovo molto trascinante e secondo me potrà rendere molto bene dal vivo.
ALMOST ROSEY: Non ho inquadrato questo pezzo. Parte dolce e mieloso, poi si fa più ritmato nel ritornello. So solo che non piacciono per niente certe schitarrate e la batteria troppo presente. Vedremo con ripetuti ascolti.
VELVET REVOLUTION: altra silly song, da 1 minuto e dieci. Tori mafiosa. Sembra accompagnata da uno Schiaccia pensieri di quelli che si usano in Sicilia. Divertente e buffa.
DARK SIDE OF THE SUN: Credetemi le note la piano iniziali ricordano molto il suo pezzo “Gardland”. Molto bella. Arrangiata meglio delle altre, questa canzone fa suonare meglio insieme il piano, le chitarre e la batteria. Canzoni contro la guerra che forse come unico difetto (se proprio bisogna trovarne uno) è il testo un po’ scontato. Ma forse è proprio impossibile non esserlo quando si dice che la guerra è brutta. Bellissima chiusura del pezzo, e di conseguenza dell’album.

Voto: 3 e1/2 stelline (su cinque).

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martedì, febbraio 27

Certo uno che ha il gesso ad una gamba, non è che possa fare molte cose. Visto che sono a casa del mio fidanzato e ho a disposizione la sua collezione di cd mi sono inventato di fare un cd compilation alla mia amica Chiara che si sposa. L’idea era quella di trovare canzoni che avessero le titolo le parole “matrimonio”,“sposa”, “moglie” o “marito”. Ovviamente tutte le lingue erano ben accette. Mi sembrava di essere tornato adolescente quando nei testi cercavo i doppi significati o cercavo conferme alla mia ipotesi che le canzoni parlassero di amori omosex.

Bhè, con mia grande sorpresa la discografia mondiale ha decisamente snobbato il matrimonio, almeno nei titoli. Ovviamente la gran parte delle canzoni parla d’amore, ma quasi nessuno ha voluto usare delle parole precise che rimandassero al matrimonio, almeno nel titolo. Come se quelle parole non spiegassero, non fossero abbastanza riassuntive del concetto, avessero perso di valore. Oppure è solo una questione di metrica o poetica, forse suonano male. Ma pare proprio che più all’amore la parola “matrimonio” o “sposa” rimandasse alle carte da firmare, agli obblighi da sopportare, alla difficile scelta delle bomboniere. Insomma niente che meritasse di essere cantato.
E poi al di la del titolo, per fare una buona compilation a tema, anche i testi dovrebbero fare la loro parte. E invece spesso le parole ingannano e ho trovato: mariti sbagliati “Husband Vampire” di Shelley Stuart, fughe dell’ultimo minuto “Where were you on our wedding day?” di Billy Joel, tradimenti di mogli “Wives & Lovers” Dionne Warwick e di mariti “Her Husband” di Shirley Murdock.
I più disillusi dicono spesso che l’amore esiste solo nelle canzoni o nei film. A supporto della loro tesi si potrebbe anche dire che il matrimonio esiste solo nella realtà o nelle speranze ideali dei rappresentanti della Chiesa Cattolica e dei politici, ma non certo nella musica rock. Certo che probabilmente ci sono anche tante canzoni che parlano della fine dell’amore, ma probabilmente anche la parola “divorzio” sarà difficile da trovare tra i vari titoli di canzone (ma questa è solo una mia supposizione).
Comunque per ora la mia compilation è formata da :
“Be my Husband” di Nina Simone, nella fantastica versione di Antony & the jhonsons
“Be my wife” di David Bowie
“My Wife” di The Who
Ma aspetto vostre segnalazioni, per favore!
La strana coincidenza che mentre faccio questa ricerca sul lettore stà suonando il nuovo strepitoso cd di Jay Jay Johanson “The long term physical effects are not yet known” che si può tradurre più o meno come “gli effetti delle relazioni a lungo termine sono ancora sconosciuti”. E mi sembra una bella spiegazione.

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