Chi mi conosce bene sa che dico sempre solo la metà di quello che vorrei dire e solo la metà della metà risulta comprensibile. Il che, lo ammetto, è una valutazione generosa delle mie capacità comunicative.

lunedì, maggio 25

Ieri sera ho visto “ANTICHRIST” il nuovo film di Lars Von Trier, presentato al Festival di Cannes (tra fischi e buuuuu) e che ha valso la palma d’oro come miglior attrice protagonista a Charlotte Gainsbourg.
Sappiamo che questo film è il primo lavoro del regista dopo la sua depressione che l’ha portato per mesi in ospedale. E se, come me, non avete una trafila personale di terapie per sconfiggere fobie, sensi di colpa e ansia e non sapete quale sia l’effetto sensoriale degli psicofarmaci forse non gusterete appieno la pellicola. Come giustamente l’ha difesa il regista dicendo che non è un lavoro per il pubblico o per i critici ma un film catartico sulle sue paure e sul suo dolore.

I protagonisti sono una giovane coppia che perde il figlio che cade dalla finestra. (No, non è un film su Eric Clapton e Lory del Santo!). Il dolore della donna è totale: fatto di sensi di colpa e ossessioni. Il marito, terapeuta, decide di curare personalmente la moglie, non rispettando la regola base della deontologia professionale che vieta di curare parenti o amici.
L’uomo decide di portare la moglie nel luogo fisico che incarna la sua paura più primordiale e autentica: il bosco di Eden, intorno alla loro casa di villeggiatura dove la donna si spostava spesso con il figlio per terminare i suoi studi antropologici.
Da qui in poi il film sarà un continuo simbolismo, una sequenza di immagini evocative e dense di significati, una lunga e teatrale messa in scena di concetti. Sbaglia e sicuramente lo detesterà chi giudicherà il film come “reale” e non come “simbolico”.
Io ci ho trovato molto della filosofia gnostica in questa analisi di Lars Von Trier.
Per i cristiani l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, e la creazione contiene l’impronta del creatore. Per lo gnosticismo, invece, esiste una differenza abissale fra Dio e la realtà materiale: lo spirito è sostanzialmente estraneo all’universo e il rapporto con il mondo materiale non può contribuire in nessun modo all’elevazione spirituale dell’uomo. Il mondo materiale non è opera di Dio, ma del male, del demiurgo Yaldaboath (e il titolo sembrerebbe confermare la mia tesi). E infatti tutto quello che c’è al mondo è destinato al male e al dolore: anche l’amore si può (e spesso lo fa) trasformarsi in odio. Ogni vita finisce, inevitabilmente. Tutto ciò che c’è di bello al mondo è provvisorio: tutto è destinato alla morte e alla sofferenza. E non possiamo fare nulla per fermare tutto questo dolore perché è nella nostra stessa natura crearlo. Abbiamo “bisogno” della morte, per mantenerci vivi. Come le piante abbiamo bisogno che i frutti cadano e marciscano, per dare la possibilità a nuovi fiori di sbocciare. Nello stesso momento in cui mettiamo al mondo un figlio, lo stiamo già condannando all’esperienza della morte e del dolore. E alla paura.
Secondo gli gnostici le leggi di natura sarebbero dettate dal demiurgo che, orgoglioso del proprio dominio sull’uomo, cerca d’indurre l’uomo a riprodursi, aumentando e prolungando la condizione di alienazione dello spirito nella materia. E l’unica strada possibile per liberare lo spirito ed essere creature felici è abbandonare il mondo materiale, il corpo. E infatti gli gnostici “sperano” nell’estinzione dell’uomo. Ed esemplari di questo concetto sono le scene in cui la donna si taglia i genitali. Oppure accecata dal proprio odio e per la paura che il marito l’abbandoni, gli pianta (nel vero senso della parola) una zavorra alla gamba per impedirgli di fuggire. Confondendo e dividendo lo spirito con il corpo, condizione che inevitabilmente porta l’infelicità su questa vita terrena.
Ma noi siamo il nostro corpo, non possiamo liberarcene. Noi siamo le nostre paure. Noi siamo le nostre pulsioni, anche sessuali. Noi siamo i nostri errori. E quindi il film ci dice che non c’è scampo perché le nostre paure in realtà siamo noi stessi, per il solo fatto di essere vivi. Siamo essere approssimativi e destinati a sbagliare in continuazione fino all’estremo epilogo della morte (esemplare la scena dell’eiaculazione di sangue). Nessuno è mai riuscito a invertire questa tendenza e mai ci riuscirà. Ad alcuni capita prima e “apparentemente” senza nessuna colpa (come al figlio della coppia), ad altri capita in modo più cruento e per delle “colpe” stabilite da altri uomini (come alla tante donne bruciate come streghe nel corso del medioevo), altri lo faranno in modo autonomo procurandosi la morte. Ma tutti siamo a questo mondo per soffrire e poi morire. Tutti siamo qui per avere paura, per combattere con i nostri fantasmi, per passare attraverso le nostre fobie. Siamo qui per soffrire: sia che si tratti del dolore psichico di lei, sia che si tratti del dolore fisico di lui. Siamo un tutt’uno di dolore. E infatti anche la terapia del marito per cercare di curare la moglie, passa attraverso il corpo. Le emozioni vanno vissute fisicamente.
Il bagaglio ereditato dalla nostra cultura occidentale è contraddistinto dalla “scissione” artificiosa tra quelli che sono gli elementi di un'unica realtà: la mente e il corpo. Solitamente dividiamo il nostro organismo in un “Io”, capace di pensare, immaginare, simbolizzare e verbalizzare, ed un “esso” (il corpo), che trasmette sensazioni fisiche interne, e che ci consente di entrare in contatto con l’ambiente attraverso i cinque organi di senso e il movimento nello spazio. Tale scissione si esprime mediante il nostro linguaggio e allo stesso tempo ne viene rinforzata. Infatti non abbiamo un'unica parola che ci permetta di dire “Io-corpo”, ma ci riferiamo ad esso dicendo “il mio corpo”, come se fosse un oggetto che possediamo, e non come una parte del sé.Spesso l’uso della parola “mio” non indica un’identità tra esperienza corporea e sé, ma implica possesso nel senso di proprietà e sottolinea la distinzione tra il possessore e l’oggetto posseduto. Si può dire “il mio collo” allo stesso modo in cui diciamo ”la mia automobile”. Ma lei non soffre, noi si. Perché per noi (corpo+spirito) la perdita e il senso di vulnerabilità sono elementi costitutivi della nostra esperienza di esseri umani, così come la non controllabilità degli eventi.

Voto: 5 stelline (su cinque)

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4 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Von Tier è un genio del cinema contemporaneo. Però, rispetto agli ultimi film, preferisco l'uso magistrale del registro grottesco impiegato nella serie The Kingdom ( trasmessa anni fa alle 3 di notte da Ghezzi per rallegrare gli insonni psicopatici). E' bello che tu sia tornato a scrivere sul tuo blog!

S.

7:13 PM

 
Anonymous Anonimo said...

Von Tier è un genio del cinema contemporaneo. Però, rispetto agli ultimi film, preferisco l'uso magistrale del registro grottesco impiegato nella serie The Kingdom ( trasmessa anni fa alle 3 di notte da Ghezzi per rallegrare gli insonni psicopatici). E' bello che tu sia tornato a scrivere sul tuo blog!

S.

7:14 PM

 
Anonymous Anonimo said...

Von Tier è un genio del cinema contemporaneo. Però, rispetto agli ultimi film, preferisco l'uso magistrale del registro grottesco impiegato nella serie The Kingdom ( trasmessa anni fa alle 3 di notte da Ghezzi per rallegrare gli insonni psicopatici). E' bello che tu sia tornato a scrivere sul tuo blog!

S.

7:14 PM

 
Blogger EverTrip said...

Bellissimo articolo, complimenti!!!

10:02 PM

 

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