Chi mi conosce bene sa che dico sempre solo la metà di quello che vorrei dire e solo la metà della metà risulta comprensibile. Il che, lo ammetto, è una valutazione generosa delle mie capacità comunicative.

martedì, luglio 1


A qualcuno interessa?
A scanso di equivoci: anche se si tratterà di una serata all'80% composta da gay e il tema della serata è: "le parole"; chiunque porterà il testo della canzone "parole parole parole" di MINA sarà messo alla porta. :-)

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mercoledì, maggio 14

A volte a riguardare a posteriori la nostra vita sembra che tutto fosse già scritto.

Il primo libro che mi aveva regalato Marco era stato “Una voce nella notte” di Amistad Maupin dove il protagonista veniva abbandonato dal compagno. Il primo libro che io avevo regalato a Marco era “Scritto sul corpo” di Jeanette Winterson che si apre con la domanda” Perché la perdita è la misura dell’amore?”. La perdita è l’unità di misura che ci quantifica quanto profondo era (anzi è!) l’amore e il linguaggio d’amore è l’unica cosa che ci rimane e che ci permette di colmare il vuoto della mancanza del nostro soggetto d’amore.

Minchia, neanche una cartomante avrebbe potuto fare una previsione più precisa. La sensazione è che veramente a volte il destino sia già stato scritto. Sui libri.

Però le cose possono cambiare. Anche le parole. Ad esempio prendiamo la parola abbandono. In senso grammaticale abbandonare significa lasciare qualcosa, senza dimostrare alcun tipo di interessamento per ciò che si è lasciato. Ma in religione, l’abbandono è la disposizione all’anima a donarsi completamente a Dio.

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lunedì, febbraio 25


Il libro “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano (Mondadori) è stato vendutissimo nella ultime settimane grazie al passa-parola dei lettori. Ieri sera durante la rubrica di libri a “Che tempo che fa” ne hanno parlato molto bene. La scorsa settimana l’ho divorato in due notti di lettura.

“Nella serie infinita dei numeri naturali, esistono alcuni numeri speciali, i numeri primi, divisibili solo per se stessi e per uno. Se ne stanno come tutti gli altri schiacciati tra due numeri, ma hanno qualcosa di strano, si distinguono dagli altri e conservano un alone di seducente mistero che ha catturato l’interesse di generazioni di matematici. Fra questi, esistono poi dei numeri ancora più particolari e affascinanti, gli studiosi li hanno definiti “primi gemelli”: sono due numeri primi separati da un unico numero. L’11 e il 13, il 17 e il 19, il 41 e il 43…Numeri solitari, destinati ad essere simili, a sfiorarsi ma a non confondersi mai. Man mano che si va avanti questi numeri compaiono sempre con minore frequenza, ma, gli studiosi assicurano, anche quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatterà in altri due gemelli, stretti l’uno all’altro nella loro solitudine.”

Ovviamente non si tratta di un trattatati di matematica, ma di un buon romanzo d’esordio. I numeri primi sono una metafora per presentarci i due protagonisti del libro: Alice e Mattia.
Entrambi hanno vissuto da piccoli dei traumi, raccontati in modo struggente e poetico nei primi due meravigliosi capitoli del libro. Questi traumi hanno lasciato dei segni visibili nei loro corpi e ferite nelle loro anime. Il trauma infantile sarà poi all’origine di numerose conseguenze in età adulta: di disturbi psicologici e psichiatrici, di anoressia, dell'affettività, della sessualità, alla devianza e all'auto- mutilazione.
I residui, i sedimenti di quelle esperienze traumatiche dei due protagonisti lavoreranno in cooperativa per ricreare sempre più spesso altri piccoli traumi ripetuti nella vita di tutti i giorni, rendendola un piccolo inferno privato. Ogni avvenimento che per gli altri può essere eccitante, ad esempio una festa o la propria laurea, per i due protagonisti diventa fonte di ansia prima e durante occasione per riconoscere nuovamente la propria diversità. Il libro ci racconterà la loro storia a partire da quei loro eventi traumatici, passando dal loro incontro durante l’adolescenza a scuola, fino al modo in cui decideranno di provare ad affrontare questa loro particolare soggettività.
I due protagonisti cercheranno di comunicare il loro disagio ad un potenziale destinatario esterno con le “loro” modalità: una rifiutando il cibo l’altro praticandosi tagli e ferite. Questi messaggi verranno pure intercettati rispettivamente dal marito di Alice e da una donna presentata da un amico per Mattia. Ma non riusciranno a decodificarne correttamente il contenuto e rispondere adeguatamente. E così verso la fine del libro si capisce che le cose potrebbero andare diversamente (l’ennesimo incidente che però non si verifica all’ultimo secondo), o addirittura non sono andate come avevamo creduto (la visione della sorella scomparsa di Mattia).
Ma invece sarà proprio la presa di coscienza di chi si è, compreso le parti più buie del nostro io più profondo, a dare un senso ai nostri protagonisti. Impareranno a superare il continuo rimpianto di non aver fatto azioni o detto cose che sentivamo di dover fare o dire ma non riuscivamo a portare a termine le nostre intenzioni. Sarà proprio la totale resa nei confronti della loro storia personale e della vita a riscattarli. Accettare con lucida oggettività la proprio diversità e farsela bastare. Smettere di credere di poter essere diversi da come si è, e di sperare che qualcuno possa colmare le nostre mancanze. Riconoscersi dei “vinti” nei confronti della vita. Ma avere anche la certezza che la brutalità del mondo 'sano' dei vincitori è infinitamente più terribile delle crudeltà del mondo dei vinti.

Ovviamente pure io ho avuto il mio bel evento traumatico da piccolo che mi ha bloccato l’uso della parola per quasi due anni e il successivo balbettare fino quasi ai 14 anni. Ma è adesso, da adulto, che i nodi vengono al pettine. Il problema arriva quando viene a mancarti la speranza che le cose cambino, di poter essere diverso. Insomma quando ti sembra che “ormai” le cose non cambieranno mai.
I protagonisti del libro lo accettano. Io continuo a dondolare tra il tentativo di accettare me stesso per quello che sono (e non mi piace) e la pulsione ad un ideale che ciclicamente mi attrae come il canto di una sirena.

E poi haimè c’è ad un certo punto si lascia travolgere. Ieri ho ricevuto un sms di un mio amico che mi comunicava di aver ingerito una confezione di lendormin con una bottiglia di gin. E poi c’è chi dice che bere faccia male: è stato proprio per il fatto che il mio amico sia astemio che ha vomitato il tutto dopo poco. Ora ripenso allo spavento e al senso di inadeguatezza che si prova in quei momenti. E non riesco a ripensare a lui e al libro che avevo letto. Al fatto che veramente a volte le ferite ricominciano a sanguinare dopo anni, al fatto che anche chi ti sta vicino non vede e non capisce, alla difficoltà di essere accettati per quel che si è.
Il mio amico l’ho sempre visto come la stabilità fatta a persona. E adesso provo un senso di sincera tenerezza quando penso al suo gesto, al preciso istante in cui ha valutato passato, presente e futuro e quest’ultimo gli deve essere sembrato un gigantesco muro nero.
Se non avessi letto il libro qualche giorno prima forse avrei bollato il gesto come un momento di debolezza. So che è una modalità di comunicazione: qualcosa voleva dirci. Voleva comunicarci un disagio che viene da lontano. Paradossalmente voleva affermare il suo desiderio di vivere una vita soddisfacente e gratificante. Forse voleva far riflettere tutti noi “la fuori” su come siamo stati superficiali o, peggio ancora, del tutto assenti.
E allora, come i numeri primi, ci ritroviamo circondati da tanti altri numeri simili a noi ma così infinitamente diversi.

Voto al libro: 4 stelline (su cinque)

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giovedì, novembre 29


PETER CAMERON
Un giorno questo dolore ti sarà utile
Traduzione Giuseppina Oneto
Ed. Adelphi, 2007, pp.206, € 16,50

Questo libro è un racconto straordinario sulla difficile accettazione di se, da parte di noi stessi e da parte degli altri. E’ veramente descritto con grande sensibilità quel particolare momento nella vita di ognuno in cui definiamo noi stessi, ci formiamo un’identità e cerchiamo di attribuirgli un valore.
Per farlo dobbiamo basarci su elementi cognitivi, elementi affettivi, valutazioni, paragoni con gli altri, risposte e stimoli che ci arrivano dalle nostre esperienze. Una volta che avremo interiorizzato tutto questo e l’avremo mescolato ben bene: avremo l’immagine che abbiamo di noi stessi e la conseguente autostima. Ed è proprio qui che i nodi possono venire al pettine.
Perché i media, il sistema, le istituzioni, la società spesso impongono dei modelli abbastanza precisi. Ma ci si può accorgere di non essere esattamente così, e ci si può sentire “non adeguati”. E allora si può cadere nell’errore di giudicarsi negativamente, ci si rifiuta e questo provoca un forte disagio. Nel tentativo di evitare qualsiasi esperienza che in qualche modo possa intensificare questo dolore, si corrono meno rischi sociali o professionali, si rinuncia ad incontrare le persone, si limitano le proprie capacità di aprirsi agli altri, di esprimere la propria sessualità ed il proprio bisogno di affetto, di essere al centro dell'attenzione, di chiedere aiuto e di risolvere problemi.
Però bisogna passarci attraverso questo dolore, per diventare se stessi. Ed ecco quindi che appare meno sarcastico il titolo: “Questo dolore un giorno ti sarà utile”. Per altro il protagonista viene convinto dai genitori a farsi seguire da una psicologa. I dialoghi con la dottoressa sono assolutamente geniali, ben scritti e molto “woodyalleniani” … se mi passate il termine! Il protagonista, riferendosi ai colloqui, dice: “Mi pareva una gara per vedere chi faceva saltare prima i nervi a chi. Non mi pareva molto terapeutico ma ce l'ho messa tutta per vincere”
Inutile sottolineare che questo libro mi è stato prestato da Alec, la sister, che si riconferma la libraia migliore sul pianeta!

Voto: 5 stelline (su cinque)

Domandina: io solo ho trovato molto forviante il riassuntivo nel risvolto di copertina?

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martedì, ottobre 9


Sabato ho iniziato ( e finito) il nuovo libro di Jonathan Coe, “La pioggia prima che cada”.
Sostanzialmente il libro è la trascrizione di alcune musicassette che un anziana donna registra prima di morire cercando di raccontare la storia di tre generazioni della sua famiglia. (effettivamente può ricordare “Va dove ti porta il cuore”, ma non è così melenso)

La registrazione è destinata a una lontana parente che l’anziana donna non vede da anni, in quanto è stata adottata da un’altra famiglia quando ancora era molto piccola. Per cercare di dare una giusta cronologia alla storia e per cercare di rimettere in ordine i pensieri, l’anziana donna sceglie 20 fotografie della sua vita e cerca di descrivere quello che mostrano, ma anche quello tutto ciò che nascondano.

Nel libro “Piccolo Principe” c’è una frase che dice: “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Tutti i personaggi della storia avranno momenti felici e tragedie complete. A rileggere a posteriori queste vite si capisce come la felicità sia qualcosa di assolutamente fugace, effimero, impalpabile. Proprio come la “pioggia prima che cada”. Qualcosa che non si vede, che non si può descrivere e inevitabilmente destinato a trasformarsi in qualcos’altro. Ma anche i momenti tristi e i drammi hanno il loro senso e la loro funzione nell’economia dell’universo. Ma il libro (soprattutto il suo finale) ribadisce che non c’è nessun disegno misterioso, non c’è nessun Dio. Esiste solo un prima e un dopo, esistono solo eventi e avvenimenti che producono effetti che a loro volta serviranno a produrre altre cambiamenti nella vita dei diretti interessati e di chi gli stà intorno. All’infinito e anche contro la nostra volontà. Impossibile cercare di seppellire il passato. Tanto lui si aggrappa con i suoi artigli al presente.
Voto: 3 stelline e ½ (su cinque)


PS: questo libro mi ha fatto venire la voglia di aprire una nuova rubrica di questo blog che si chiamerà proprio “la pioggia prima che cada” . In questa rubrica cercherò delle foto significative del mio passato e cercherò di descrivervi quello che si vede, e tutto ciò che nascondono. Preparatevi

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