Chi mi conosce bene sa che dico sempre solo la metà di quello che vorrei dire e solo la metà della metà risulta comprensibile. Il che, lo ammetto, è una valutazione generosa delle mie capacità comunicative.

martedì, luglio 18

Lo scorso week end sono rimasto a casa a leggere sia venerdì che sabato sera completamente rapito dal romanzo “Quello che ho amato” di Siri Hustvedt, Einaudi tascabili.
L’ho trovato un libro grandioso. Possiamo definirlo un romanzo famigliare visto che racconta le vicende di due nuclei famigliari (atipici e moderni) che si legano indissolubilmente per un arco di circa 30 anni.
Però, come ci suggerisce il titolo, tutta la vicenda ruota intorno alla perdita. Si perdono mogli dalle quali si divorzia, si perdono figli che muoiono in misteriosi incidenti, si perde l’equilibrio e la stabilità di un matrimonio che sembrava perfetto, si perde la vista, si perdono delle occasioni per essere migliori.
Ecco che il libro fotografa in modo duro la fisiologica, ma non per questo meno straziante, incapacità umana di accettare la perdita dei propri affetti, che altro non sono che ciò che rende la nostra vita tale. La perdita è resa mirabilmente in descrizioni che fanno vivere a pieno il senso dell’angoscia e del vuoto. Vuoto che diventa ancora più significante alle parole di Violet, una delle donne del romanzo: «Cartesio si sbagliava: non è “penso quindi sono”, ma “sono perché tu sei”». Un ribaltamento filosofico di non poco conto, che implica la difficoltà di distinguere dove finisca il nostro Sé e cominci quello di un altro, e che comporta la sparizione del Sé alla scomparsa dell’altro.
Ecco quindi la necessità di vivere completamente ogni momento che la vita ci regala. Una sorta di moderno “carpe diem”. Non cercare di fermarlo perché il suo corso sarà inevitabile nonostante i nostri sforzi e il libro ci dice senza mezzi termini che è pura illusione credere di avere un controllo sulla propria vita, sulla propria felicità, sui propri affetti. Vivere il momento significa fermarlo per sempre sottoforma di memoria e di esperienza, proprio come farà un quadro (il vero protagonista del romanzo) che riuscirà a resistere a tutte le sventure del suo autore, della sua modella e dei suoi acquirenti.
Nell’arco dei trent’anni che la storia va a raccontare ci sono tre estati consecutive in cui tutti i protagonisti sono felici. Però se ne rendono conto solo nel momento in cui le cose cambiano. Mi torna alla mente la frase di un’altra scrittrice Janette Winterson che, sulla quarta di copertina del suo libro “Scritto sul corpo”, ci chiede: “ Perché la misura dell’amore è la perdita?”. Anche Siri Hustvedt sembra seguire questo concetto e durante un’intervista ha detto: “Sì, la felicità è precaria perché, semplicemente, la nostra vita è fragile e di catastrofi sui cui non abbiamo controllo ne incombono parecchie. Io vivo dentro questa consapevolezza. E' un atteggiamento che costringe a vivere con più attenzione e più profondità. La felicità per me è anche una vita familiare tranquilla.”


Per l’angolo del gossip: Siri Hustvedt è sposata con Paul Auster, lo scrittore famoso per la “trilogia di N.Y”, ed è la madre di Shopie Auster che ha appena pubblicato un disco, intitolato semplicemente col suo nome. Ma non è un disco qualsiasi. Affidandosi alle musiche composte per lei dagli One Ring Zero, Sophie interpreta i poeti francesi (Apollinaire, Desnos, Tzara, Soupault, Eluard) e persino il padre. In due episodi la poetessa è lei, tout court.

Voto: 5 stelline (su cinque)

PS: questo è il mio post n° 100!

2 Comments:

Blogger genpur said...

Buon compicentesimo post del blog! Se può farti piacere, rispetto profondamente le tue nuove scelte editoriali. Mi piace come scrivi e mi spiazzi sempre per tutte le cose che riesci a conoscere. Dopo i miei due indirizzi di posta elettronica, peraltro vuoti o pieni di spam, sei il mio terzo indirizzo visitato! e ti dirò che sono triste quando non trovo qualcosa da leggere...ma immagino che sia un bell'impegno aver sempre qualcosa da dire!

5:59 PM

 
Blogger c_trullo said...

leggo. ogni giorno o quasi. non commento. non perchè tu non abbia niente da comuicarmi; me ne provochi di reazioni (nel senso buono del termine) ma sono anaffettivo in questo periodo. ho solo voglia di spegnere il mondo per un po e restare a fissare lo schermo vuoto per vedere il mio riflesso scuro ed illudermi che sia scuro solo a causa dello schermo spento. eppoi sono stanco. non della vita, non del mio amore, non di te nè dei miei amici e neanche del mio lavoro. sono stanco di non sentirmi libero di prendere e andare. sarà la mia crisi di mezz'età, ma vivo molte delle cose che faccio più come un dovere che come un piacere. anche il sesso. anche le cene con gli amici. anche il commentare qualche post. alcune cose sono un dovere, le faccio perchè devo. però mi manca di poter fare un'elenco delle cose che faccio perchè voglio. sarà che oggi sono negativo, anzi è per questo. però vorrei davvero avere un telecomando adesso... bacio

8:56 PM

 

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